South Working, il progetto che potrebbe fermare la fuga dei cervelli al Nord

South Working, il progetto che potrebbe fermare la fuga dei cervelli al Nord

6 Luglio 2020 0 Di Cristiana Lenoci

Fermare l’emigrazione dei giovani che vivono al Sud sfruttando e perfezionando al massimo ciò che il Coronavirus ci ha lasciato di positivo: l’esperienza dello smart working, ossia la possibilità di lavorare da remoto senza recarsi fisicamente in ufficio o nei luoghi in cui si svolge l’attività professionale. E’ questo uno degli obiettivi perseguiti da “South Working”, un progetto lanciato da venti professionisti italiani trentenni con esperienza all’estero. Il progetto, attualmente, ha coinvolto i Comuni del capoluogo siciliano e quello lombardo, ma è arrivato anche ad enti di formazione, enti di ricerca, aziende e lavoratori.

“South Working” nasce dall’esigenza di non privare il Sud dei cervelli migliori e delle menti più preparate. Se l’emigrazione di giovani non si arresta, il rischio concreto del Sud Italia è quello di ritrovarsi un territorio popolato da anziani e a natalità zero. Con un progetto del genere il divario crescente tra Nord e Sud in termini di risorse umane (oltre che economiche) potrebbe mitigarsi o addirittura cambiare rotta.

I venti professionisti impegnati in questo ambizioso progetto aderiscono all’associazione “Global Shapers”, che ha legami con il World Economic Forum (dotato di 425 centri in 148 paesi). Attualmente si sta lavorando soprattutto a creare intese e accordi di tipo economico tra i soggetti interessati.

I dati principali da cui parte sono essenzialmente due: 1) la Lombardia ha pagato il prezzo più alto della pandemia forse anche a causa di scelte poco felici da parte delle istituzioni regionali; 2) i giovani del Sud che decidono, loro malgrado, di emigrare in altre regioni italiane o all’estero rappresentano un costo umano, che va ad aggiungersi alla penuria di aziende e infrastrutture presenti al Sud rispetto al Nord.

Se pensiamo poi ai soldi spesi dalle famiglie per la formazione universitaria e quelli destinati ai consumi per mantenersi nelle città del Nord Italia, il costo si aggira sui tre miliardi di euro all’anno (fonte Svimez). E cosa succede quando i giovani non riescono a mantenersi autonomamente? Naturalmente chiedono aiuto ai genitori, e questa è un’ulteriore perdita per il Sud del Paese.

La quarantena ci ha invece insegnato (e dimostrato concretamente) che si può facilmente programmare il lavoro stando a casa, in qualsiasi luogo si viva. Puoi risiedere in un piccolo borgo della Puglia e lavorare con aziende che hanno sede in Emilia Romagna o Veneto. I numeri dello smart working sono in progressivo aumento: stando ad una ricerca condotta dal Politecnico di Milano, attualmente cinque milioni di italiani lavorano utilizzando la modalità telematica.

I giovani professionisti ideatori di “South Working” non hanno alcun dubbio: è uno strumento rivoluzionario per sperare in un futuro del Paese diverso da quello a cui ci hanno ormai abituati da decenni.

Anche le Università si stanno muovendo in tal senso, promuovendo agevolazioni e sconti per chi torna a studiare nella propria terra. Ad esempio la Regione Puglia ha previsto 500 euro a testa per ogni studente per favorire l’acquisto di strumenti informatici e tecnologici. Lo ha fatto anche la Campania, mentre la Sardegna offre un anticipo delle borse di studio agli universitari.

L’emigrazione si può combattere, basta davvero volerlo e impegnarsi fino a quando si può. Oggi finalmente qualcosa di concreto si sta facendo.

Il Sud non ha più bisogno di sermoni o parole, ma di gesti concreti per cambiare la situazione e sperare in un futuro diverso e meno penalizzante per i più giovani e le loro famiglie.