Violenza sulle donne: La cerignolana Silvia Sgarro ha ricevuto il primo premio in psicologia applicata

Violenza sulle donne: La cerignolana Silvia Sgarro ha ricevuto il primo premio in psicologia applicata

26 Novembre 2019 0 Di Vincenzo Barnabà

Il 25 Novembre è stata la giornata “contro la violenza sulle donne” ed in merito, il 9 Novembre 2019, la cerignolana Silvia Sgarro ha ricevuto il primo premio per la miglior tesi in psicologia applicata che ha avuto come protagonista la Signora Biondi, una signora che è stata di suo marito per quasi 10 anni ed altrettanto vittima per quasi 7 anni del sistema italiano. Conosciamo meglio la prima ragazza d’Italia ad essere laureata in scienze investigative

  Chi è Silvia Sgarro?

Silvia Sgarro è una ragazza di ventotto anni che ha avuto il privilegio di essere diventata la prima ragazza d’Italia ad essere laureata in scienze investigative in quanto corso nuovo presso un dipartimento di giurisprudenza.

Come ti sei interfacciata al corso di scienze investigative? Perché hai scelto questo settore?

Ero tornata a Cerignola da pochi mesi, dopo una piccola parentesi bergamasca, quando sono venuta a conoscenza dell’inaugurazione di questo nuovo corso di laurea a Foggia, nel dipartimento di giurisprudenza.  Questa novità, se così vogliamo chiamarla, l’ha visto immediatamente come un segnale di quello che sarebbe stato il mio futuro. Ho scelto questo settore per diverse ragioni: Mi è sempre piaciuta l’idea di poter risolvere un crimine, l’idea di poter indagare per dare giustizia a chi la merita davvero ed inoltre l’idea di poter studiare diverse discipline mi ha subito incuriosita. Il non focalizzarmi solo in un settore mi ha spinto a voler iniziare questo cammino fatto di giurisprudenza, psicologia e pratica.

Di cosa ha trattato la tua tesi?

La mia tesi ha parlato della psicologia applicata al reato di violenza domestica. Qui sono andata ad analizzare la comunicazione non verbale, che è un aspetto psicologico importante per capire e distinguere chi menti da chi è sincero, e nell’approccio ad una vittima di violenza domestica ho messo in evidenza come una donna (se messa a proprio agio dal proprio operatore), riesca a far trapelare delle verità che lei stessa nasconde a sé stessa. È proprio su tali condizioni che ho sottolineato come il sentirsi a proprio agio con il proprio operatore possa rendere una deposizione attendibile al contrario di quando non si è a proprio agio con il proprio operatore. Oltre a questo sottile passaggio, sono andata ad analizzare il reato di violenza domestica in quanto, purtroppo, sono 3.000.000 le donne che hanno denunciato in base ai dati ISTAT del 2014 una violenza e ahimè questo è solo il dato delle donne che realmente denunciano ma ce ne sono tante altre che non sanno neanche di esserne vittima e che non denunciano il proprio uomo per paura o persino vergogna.

Subito dopo ho analizzato il comportamento di prevenzione di una donna vittima di violenza, ne ho sottolineato i traumi subiti ed ho inserito il tutto all’interno di un caso pratico: Ho raccontato di una donna che è stata vittima di suo marito per quasi 10 anni, altrettanto vittima per quasi 7 anni del sistema italiano. Questo perché non vi è stata la tutela protezionistica giusta per la cosiddetta Vittima Vulnerabile, la quale ha diritto ad avere l’assistenza di un esperto in psicologia e ha diritti riconosciuti soltanto se l’autorità giudiziaria dichiara che la persona offesa è realmente vittima vulnerabile. Tutto ciò non avviene per le donne vittime di violenza domestica perché l’autorità competente, solo in pochissimi casi, se non addirittura nessuno, dichiara una persona “vittima di violenza domestica” una “vittima vulnerabile” a cui appunto sono associate tutte queste misure protezionistiche. Tuttavia, secondo la mia stessa tesi, una vittima di violenza domestica è automaticamente una vittima vulnerabile perché essa è psicologicamente, economicamente, affettivamente dipendente dall’autore del reato.

Perché hai voluto prendere in esame proprio il caso della signora Biondi?

Ho contattato l’avvocato della donna in questione, tramite Facebook, che mi ha gentilmente fornito il proprio numero telefonico ed i dati della Signora Biondi che, per l’appunto, è stata oggetto del mio Case Studing e sono andata ad analizzare la sua comunicazione non verbale, attraverso, un’intervista per dimostrare come anche dietro ad un sorriso si celino delle micro-espressioni (della durata di 5 secondi) che occhio inesperto non coglierebbe. Esse, infatti, vanno ad indicare tante altre emozioni che evidenziano come una donna all’apparenza “tranquilla” nasconde inquietudine e smarrimento psicologico al suo interno. Oltre a questo, ho analizzato gli atti giudiziari ufficiali della donna ed ho evidenziato, all’interno della mia tesi, come la vittimizzazione secondario (l’insieme delle conseguenze causate dall’attività discrezionale dell’autorità giudiziaria) possa creare ulteriori traumi psicofisici alla donna stessa.

 

Successivamente alla mia laurea, ho contatto il presidente Igor Vitale per poter partecipare ad un corso sulla comunicazione non verbale che tanto mi aveva appassionata mentre scrivevo la mia tesi. Gli ho elencato gli elementi delle mie attività e quando lui stesso mi racconta di un bando internazionale in psicologia applicata, ho deciso di parteciparci con la mia tesi. A fine settembre sono arrivati i risultati del concorso ed io sono riuscita a vincere il primo premio nella disciplina prima elencata. Il 9 Novembre, dunque, mi sono recata a Roma per ritirare il premio all’interno del corso internazionale di due giorni sulla psicologia criminale. Qui, una dei relatori era Roberta Bruzzone.

Ho esposto al pubblico la mia tesi, la storia della Signora Biondi, ho mostrato loro quello che avevo captato dall’intervista e quando tutti i presenti in aula hanno applaudito alle mie parole, ho capito definitivamente che la strada che stavo percorrendo era realmente la strada giusta da percorrere.

Cosa ci dobbiamo aspettare da Silvia?

Attualmente c’è ancora la voglia di continuare a studiare psicologia. Nei miei progetti futuri c’è il desiderio di specializzarmi nel campo psicologico per poter unire i miei studi con un approfondimento sull’aspetto psicologico delle vittime.

Come si potrebbe fermare la violenza sulle donne?

La violenza sulle donne, in particolare la violenza domestica, è difficile da prevenire perché è una violenza che avviene tra le mura domestiche. Avviene in presenza dell’autore del reato e della vittima, alcune volte anche in presenza di minori ma mai in presenza di altri soggetti che possano prevenire la violenza. L’unico aspetto che si può prevenire è la vittimizzazione secondaria perché una DONNA vittima di violenza domestica non può e non deve subire ulteriormente, da parte del sistema giudiziario, traumi e danni psicofisici. Perché il sistema deve proteggerla! Se il marito, la obbliga a subire violenza psicologica, economica e fisica, lo Stato non può e non deve non proteggere la donna. Non deve creare ancora danni e traumi ad una donna vulnerabile.

Quali i consigli per denunciare?

Le donne devono denunciare ma devono anche essere protette dal momento in cui denunciano. il caso pratico della mia tesi dimostra che l’utilità della denuncia perde di efficacia nel momento in cui una donna denuncia e 7 anni dopo ottiene una sentenza. Durante questi 7 anni, la signora Biondi ha continuato a vedere il proprio marito nelle aule del processo, ha continuato a riferire tutto ciò che ha dovuto subire negli anni precedenti e questo gli ha creato ulteriori traumi. Quindi bisogna spingere una donna a denunciare ma prima di tutto bisogna che il legislatore preveda delle misure protezionistiche per queste donne. Deve prevedere una figura di un’esperto in psicologia e in ambito giuridico che affianchi questa donna sia nella fase dell’accoglienza, sia all’esecuzione della denuncia stessa. Possibilmente di sesso femminile perché una donna entra più in sintonia in contatto con l’altra donna. Solo garantendo tali misure protezionistiche, solo se la donna si sentirà davvero protetta, le denunce arriveranno!

 

 

 

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