Giulio Mastromauro, vince il Premio David di Donatello con “Inverno”: in un cortometraggio la metafora della vita

Giulio Mastromauro, vince il Premio David di Donatello con “Inverno”: in un cortometraggio la metafora della vita

7 Giugno 2020 0 Di Cristiana Lenoci

Non dev’essere facile condensare in pochi minuti il senso di una storia e la metafora sulla vita che si vuole lasciare agli spettatori. Eppure il regista molfettese Giulio Mastromauro ci è riuscito benissimo. Il suo cortometraggio “Inverno” ha infatti conquistato la giuria del prestigioso Premio David di Donatello, giunto alla 65esima edizione, ottenendo il riconoscimento di “Miglior cortometraggio”. Abbiamo voluto chiedere direttamente al regista di parlarci “a cuore aperto” di questo lavoro, che vi consigliamo di guardare perché è realizzato con maestria, professionalità e grande sensibilità.

R: Infanzia e giostre: un binomio che fa subito tornare indietro nel tempo. Invece, nel tuo cortometraggio “Inverno” è inteso più che altro come metafora della vita. Come è stata la tua infanzia?

GM: Inverno  è un film sulla memoria e sul dolore di un bambino cui viene negata la leggerezza, la spensieratezza. Ma soprattutto l’amore di una madre. Il mondo delle giostre è un luogo reale e fortemente metaforico che accresce ed eleva il significato più profondo della storia.

R: Hai incontrato particolari difficoltà durante la realizzazione del tuo ultimo lavoro?

GM: E’ stato un set appassionato. Tutti i miei collaboratori erano al servizio di una storia, la mia, che piano piano è diventata anche la loro. Ho sentito la fiducia di tutti e mi sono sentito compreso e protetto. Abbiamo curato nei minimi dettagli la preparazione, una fase che troppo spesso nei corti viene trascurata per troppa fretta. E ci siamo presi i tempi necessari nella fase di post-produzione. Questo non vuol dire però che sia stata una passeggiata, anzi. Le difficoltà produttive e narrative erano diverse e gestire un bambino di 7 anni non è semplice. Per di più il tema toccato riservava innumerevoli insidie. Volevo rifuggire dal rischio della retorica, di cadere nel pietismo, nel melò. T In questo senso la mia direzione era sempre stata quella di cercare la dura verità senza cadere nella tentazione di spettacolarizzare il dramma.

R: Timo è un bambino cresciuto forse troppo in fretta. Sei riuscito a raccontare una storia di infanzia negata con grande tatto e sensibilità, e per questo ti faccio i complimenti. Ritieni che l’infanzia sia un tema delicato e quindi più difficile da affrontare rispetto ad altri, per un regista?

GM:  Ti ringrazio per le tue parole. Credo che tutte le storie siano potenzialmente difficili da raccontare. Quello che conta è quanto sia autentica l’esigenza del regista, quanta urgenza ci sia dietro la scelta di raccontare quella precisa storia. Penso all’ infanzia come ad una età della vita tanto meravigliosa quanto fragile. Raccontarla richiede cura, attenzione. E’ un po’ come maneggiare un vaso di cristallo bellissimo. Basta poco perché poi il cristallo subisca danni. Ho cercato di dare forma a un dolore, un sentimento complesso per il quale i bambini hanno pochi strumenti, o comunque diversi da un adulto che può servirsi di più sovrastrutture per cercare di superarlo. Il bambino cerca continuamente lo sguardo dell’adulto, come una guida, cercando indicazioni sulla strada da seguire.

R: Non sei nuovo al Premio David di Donatello, visto che hai ottenuto questo prestigioso riconoscimento anche nel 2014. Cosa ha di diverso la “vittoria” di quest’anno?

GM: Nel 2014 vinsi un premio speciale con “Carlo e Clara“. Conservo ancora gelosamente la pergamena dell’Accademia del Cinema Italiano consegnatami da Gian Luigi Rondi. Quest’anno però è arrivata la statuetta, quella vera. E’ un’emozione rara, che spiazza e mette soggezione. E’ un premio talmente grande che va accolto con immensa gratitudine e gestito con intelligenza per non rischiare di inciampare. Sono felice sia arrivato con questo film, assume inevitabilmente un valore speciale.

R: Il tuo rapporto con la Puglia, riusciresti a definirlo utilizzando tre aggettivi?

GM: Profondo, silenzioso, segreto.

R: Condensare in poco tempo immagini, sentimenti, emozioni e caratterizzazione dei personaggi: ritieni che girare un cortometraggio sia più complicato rispetto ad una pellicola più lunga? Ci sono accorgimenti particolari che un regista utilizza per arrivare subito al “cuore” dello spettatore?

GM: Direi che la cosa più importante è la sincerità con cui viene raccontata una storia. Tutte le mie storie sono autentiche, o comunque ispirate da episodi reali, e affondano le proprie radici nei miei ricordi più o meno lontani. Su quanto un corto sia più o meno difficile rispetto ad un lungo, forse saprò rispondere a questa domanda dopo il mio film d’esordio.

Nel cast Christian Petaroscia, Giulio Beranek, Babak Karimi, Elisabetta De Vito. “Inverno” è una produzione Zen Movie, Indaco Film, Wave Cinema, Diero Film in collaborazione con Rai Cinema e Calabria Film Commission.

Il cortometraggio “Inverno” su Rai Play