La Puglia e le sue cento sfumature dialettali: Da “u ffíərrə” a “i figghiə”, passando dai proverbi

La Puglia e le sue cento sfumature dialettali: Da “u ffíərrə” a “i figghiə”, passando dai proverbi

23 Ottobre 2019 0 Di Vincenzo Barnabà

Se pensate di conoscere bene la lingua italiana tanto da riuscire a comunicare in tutta l’Italia, beh allora pensateci due volte prima di visitare il magnifico sud. Qui anche i relatori più eloquenti, quando sentiranno parlare i veri pugliesi, dovranno presto fare i conti con i loro limiti linguistici. La Puglia è il luogo perfetto per aggiungere al vostro vocabolario alcune nozioni extra rispetto al lessico italiano standard, dato che i locali sono orgogliosi del loro dialetto e felici di condividerlo con i visitatori.

La regione è molto varia, e quasi ogni città e zona geografica ha parole ed espressioni proprie; i dialetti più presenti, però, sono il Barese e il Salentino.

dialetti della Puglia, storicamente parlati nell’attuale regione amministrativa, non formano una compagine omogenea: infatti i dialetti parlati nei settori centro-settentrionali della regione rientrano nel gruppo meridionale intermedio, o diasistema della lingua napoletana, mentre i dialetti salentini, parlati nella parte meridionale della regione, appartengono al gruppo meridionale estremo.

Il tratto principale che separa i due gruppi pugliesi è il trattamento delle vocali àtone, ossia non accentate, soprattutto in posizione post-tonica: in molti dei dialetti alto-meridionali queste subiscono il noto mutamento in /ə/ (vocale popolarmente definita “indistinta” e trascritta solitamente come “ë” oppure “ə”), mentre ciò non accade nel gruppo salentino né negli altri dialetti della lingua calabro-siciliana. Si tratta della stessa divisione che intercorre fra Calabria settentrionale e Calabria centro-meridionale, e dunque – nell’insieme – fra lingua napoletana/pugliese e lingua calabro-siciliana: molto più a nord, la diversità sistematica forma anche il confine con i dialetti italiani mediani. Tale affievolimento delle vocali non accentate comporta delle ripercussioni sui fatti morfologici, ad esempio sulle variazioni di genere o di numero dei sostantivi (mediante il fenomeno della metafonesi) nonché sulla coniugazione dei verbi.

Lungo la linea di demarcazione fra napoletano e siciliano potrebbero sussistere dialetti di transizione come il tarantino, ma è più probabile che questi (come altri “ibridi” distribuiti qua e là nella penisola italiana) rientrino nell’una o nell’altra lingua.

Infine esistono in Puglia isole linguistiche arbëreshë, grecaniche e francoprovenzali, che sono però da considerarsi alloglotte (ossia parlate non-italiche).

GRUPPI ALTO MERIDIONALE

Al tratto tra Manfredonia e Bari grosso modo corrisponde buona parte della Campania e della Lucania centro-settentrionale, oltre che per la distinzione fra genere maschile e neutro, per il rafforzamento fonosintattico determinato dall’articolo femminile plurale e dall’articolo neutro, nonché da altre cogeminanti. Ma, mentre in Campania il raddoppiamento in dipendenza dei suddetti articoli è un fenomeno caratteristico e vivace, sul versante adriatico esso tende sensibilmente a regredire.

Nel Gargano, limitatamente a Monte Sant’Angelo e a Mattinata, esso è tuttora ben presente. L’articolo femminile plurale (i / li), a differenza dell’articolo maschile plurale, formalmente identico, determina rafforzamento, distinguendo il genere: i cugginə “i cugini” – i ccugginə “le cugine”, i figghiə “i figli” – i ffigghiə “le figlie”, i mulə “i muli” – i mmulə “le mule”. Allo stesso modo l’articolo neutro, formalmente identico al maschile singolare: lu rrusse “il (colore) rosso”, è diverso da lu russe “l’uomo dai capelli rossi”. Il neutro caratterizza i nomi non pluralizzabili: u mmélə “il miele”, u ffòrtə “il (gusto del) piccante”, lu mmangé “il mangiare, il cibo”. E ancora, con altre cogeminanti: ssu ppénə “questo pane”, atu ppénə “altro pane”; cché bbèlli ppaténə “che belle patate”, qualli ccarte? “quali carte?”.

Man mano che si scende verso Bari il rafforzamento fonosintattico tende a recedere e i centri che lo presentano si alternano a quelli che non lo presentano. Così Manfredonia ne è sprovvisto e Trinitapoli ne è in gran parte privo. A Bari ci sono u ffíərrə “il ferro”, u ssalə “il sale”, u mmì “il mio, ciò che è mio”. Ma il fenomeno tende a scomparire. Così ormai si dice u sanghe, mentre il neutro rimane cristallizzato nella locuzione šittà u ssanghə da ngannə (‘gettare il sangue dalla gola’) “dar fondo a tutte le proprie forze”. A Minervino Murge tra le parole che sopravvivono ci sono rə llardə “il lardo” e rə ssíərə “il siero”.

Bari port with traditional fishing boat and Margherita theare

I dialetti del medio-Tavoliere (ivi compreso il foggiano) sono caratterizzati da:

  • palatalizzazione della vocale tonica A in sillaba libera di parola piana: (Foggiacäne, kene “cane”, (San Severofrète “fratello”. Ma non sempre: ci sono centri come Lucera che la conservano in ogni posizione (granestallecandà). Nel basso tavoliere, per esempio a Cerignola, si può avere palatalizzazione (ammettseiè “viziare”) e frangimento della vocale (kòine “cane”), che però persiste in sillaba chiusa (stadde “stalla”).
  • metafonia (o dittongazione) anche per Ĕ e Ŏ: péde “piede” ma píede “piedi”, bbóne “buona, buone” ma bbúənə “buono, buoni”. I dittonghi discendenti íe e úe tendono a diventare monottonghi: píde “piedi” e fúche “fuoco”. Nell’alto Tavoliere, per esempio a San Severo, dove pure c’è péde – píde “piede – piedi”, in genere manca la metafonesi della Ŏ: mòrte “morto” e “morti” (o persiste solo in qualche espressione cristallizzata: iastemà i múrte “bestemmiare i morti”).
  • frequente presenza di turbamento vocalico. A Lucera, per esempio, già nel 1925 il linguista Gerhard Rohlfs notava delle differenze particolarmente profonde nel vocalismo, fra la pronuncia di un anziano e quella di una ragazza di diciotto anni (in parentesi): meile (möle) “miele”, noure (nere) “nuora”, fúoche (fuche) “fuoco”, seire (sörə) “sera”, sive (söve) “sebo”, scroufe (scréufe) “scrofa”, avulive (avulöve) “oliva”. Attualmente, se si eccettuano i monottonghi í e ú e la vocale A, tutte le altre vocali in sillaba libera di parola piana suonano /ö/: söre “sera”, Luciöre “Lucera”, vöte “volta”, cöre “cuore”, tenöme “teniamo”, vöne “vino”, löce “luce”, chiöse “chiusa”.

Il dialetto foggiano è ascrivibile non oltre la città di Foggia (capoluogo della provincia omonima dal 1806). Questo vernacolo deriva dalla contaminazione di varie parlate anche non regionali, in quanto la città era sede della regia dogana nonché capolinea di una vasta rete di tratturi e tratturelli, le antiche vie della transumanza che giungevano fino in Abruzzo.

Il dialetto del basso Tavoliere si parla nella città di Cerignola e nei centri limitrofi. Presenta alcuni caratteri di transizione con i dialetti dell’area apulo-lucana.

DIALETTO TARANTINO

Particolare – ma non esclusivo del tarantino – è il dittongo ue < Ŏ (scjuéchə [šuékə] “gioco”, fuéchə “fuoco”, muèddə “molle”, muèrtə “morto”), già presente nell’antico romanesco popolare del XIV e XV secolo (luecofuegocuerpi) e nel napoletano letterario, per esempio nel «Pentamerone» di G. Basile (uerco “orco”, cuerpouecchie “occhi”), e oggi diffuso da Lecce (puèrcumuèrtucuèru “cuoio”) fino a nord di Bari (puétə “puoi”, puèrcə “porci”, kuèrnə “corni”), dialetti in cui ue tende a ridursi a e quando si trova vicino a determinati suoni: (Lecce) sèni “tu suoni”, lèku “luogo”, sènnu “sonno”, (Bari) sènnə “sonno”, nèstə “nostro”, grèssə “grosso”, lékə “luogo”.

I PROVERBI PUGLIESI

Pane e p’m’dor mett sagn’ e ch’lor – Pane e pomodoro e metti sangue e colore.

Zipp d pond ammantn ‘u mont – Un piccolo rametto, se pieno di volontà, a volte può reggere una montagna.

Vaele cchièu a ssapà dòece ch’a ssapàie fateghè – Vale più saper convincere che saper lavorare.

Stip ca truv! – Conserva che poi trovi.

Na mamme cambe c’inte figghie e ccìnde figghie non gàmbene na mamme – Una mamma aiuta cento figli e cento figli non aiutano una mamma.

Se lu ‘mbriesto fusse bbuono, se ‘mbrestasse la mugliera – Se il prestito fosse una buona cosa, si presterebbe la propria moglie.

Ci tene la mugghiere bbeddha sempre canta, e ci tene moti sordi sempre conta – Chi ha la moglie bella sempre canta e chi ha molti soldi sempre conta.

Tre còse rruvìnene lu mùnnu: lu “ca pòi”, lu “pìu pìu” e lu “fàzza dìu” – Tre cose rovinano il mondo: il “poi”, il “piano piano” e lo “faccia Dio”.

Lu pòi è parente de lu mài – Il poi è parente del mai.

Aria nette nen tene paure de sajette – L’aria limpida non ha paura dei fulmini (cioè, chi ha la coscienza pulita non teme nulla)

Se uuei ccanusci li cristiani ncè tre pisi: la rugna, lu mieru e li turnisi – Se vuoi conoscere le persone, ci sono tre modi: la sfortuna, il vino e i soldi.

Ci tène la fàccia toste se marìte e la fèmmena onèste arremàne zìte – Chi è sfrontata si marita e la donna onesta rimane zitella.

U uàrrue d’auuì cìnghe cose vole: larghe, pète, remmàte, accètte e ssole – L’albero d’ulivo pretende cinque cose: spazio, pietra, letame, accetta e sole.

Ci se vanta sulu nun vale nu pasulu – Chi si vanta da solo non vale un fagiolo.

‘O megghie amìche ‘a megghia petràte – All’amico migliore va la sassata migliore.