Arco di Prato: Quando un bene storico viene abbandonato.

Arco di Prato: Quando un bene storico viene abbandonato.

17 Gennaio 2020 0 Di Vincenzo Barnabà

L’Arco di Prato, situato nell’omonima piazzetta di Lecce, prende il nome da Fra Leonardo Prato, un illustre capitano dell’Ordine dei Cavalieri Gerosolimitani, vissuto tra il XV e il XVI secolo, la cui nobile famiglia era di origine leccese. Egli si distinse nel 1479 a Rodi, nella battaglia contro i turchi e intervenne proficuamente qualche anno dopo nel patteggiamento delle condizioni della pace con il Pascià.

Fu a lungo al servizio degli Aragonesi ed ebbe un ruolo di primo piano nelle vicende dell’assedio della città di Taranto, alla fine del XV secolo. Sotto gli Aragonesi ottenne numerosi privilegi, tra cui il diritto di asilo nella sua casa. Schieratosi con la Repubblica di Venezia, gli fu affidato il comando della Cavalleria durante la guerra contro i francesi, a fianco del Pontefice. Morì nella battaglia di Bellaere e il suo corpo fu trasportato nella Chiesa dei SS. Giovanni e Paolo a Venezia dove, per volere della Serenissima, fu realizzata sulla sua tomba una scultura equestre in suo onore.

La profonda arcata che anticipa l’accesso al Palazzo Prato a Lecce è affiancata sul prospetto principale da due slanciate paraste e, in tono celebrativo, presenta scolpiti sui pennacchi gli stemmi dell’illustre famiglia Prato, attualmente poco leggibili. Altri elementi decorativi sono costituiti da un’elegante voluta inserita al centro dell’Arco e, nella parte superiore, da una balaustra in cui cinque balaustrini sagomati si alternano ritmicamente a piccoli pilastrini a sezione quadrata. Il Palazzo Prato, a cui si accedeva dopo aver attraversato la breve galleria, fu costruito secondo canoni dell’architettura militare: monumentale nelle proporzioni e essenziale nell’aspetto.

Il monumento deve la sua notorietà ad un aneddoto della storia locale: nel 1797 il Re Ferdinando IV di Borbone era in visita a Lecce in occasione delle nozze del principe ereditario Francesco con Maria Clementina d’Asburgo. Il sindaco di Lecce Oronzo Giosuè Mansi, in giro per la città con il Borbone, indicò al Sovrano l’Arco quale esempio di bellezza architettonica, ma il Re rispose in malo modo, manifestando il proprio disinteresse. Da quel momento a Lecce, per manifestare disinteresse nei confronti di qualcosa o qualcuno, si usa eufemisticamente l’espressione: “Arcu te Pratu”.

ARCO DI PRATO OGGI

Seppur esso è considerato come uno dei 10 luoghi da visitare a Lecce, la verità è che oggi i licheni hanno fagocitato gli stemmi nobiliari della sua famiglia lasciando una patina nera sul color crema della pietra leccese. Le effigie degli angioletti e delle decorazioni barocche sono divorate dall’usura del tempo e degli agenti atmosferici. Le due imponenti colonne portanti sbriciolano polvere giallastra come fosse farina.  Se Leonardo Prato vedesse com’è ridotto oggi il sontuoso portale del Cinquecento che accede alla corte interna del suo palazzo, starebbe su tutte le furie visto che egli non amava i compromessi.

Tutto questo si sta sbriciolando come polvere. E, purtroppo, senza che nessuno intervenga. Nella parte interna della corte il deterioramento dell’arco ha creato dei problemi di tenuta della struttura tanto che sono stati avviati dei lavori per la pubblica sicurezza. Il prospetto – quello visibile a turisti e passanti – appare come un volto pieno di crepe e cicatrici. Il bene è privato e la ristrutturazione spetterebbe ai condomini. E, infatti, la corte ospita più di una famiglia. Un ginepraio. Perché non è univoca, tra di loro, la volontà di ristrutturare. C’è chi avanza motivazioni economiche, chi dice che un proprietario dovrebbe pagare più di un altro. Tra i condomini c’è anche chi, contattato telefonicamente, definisce «minimale» lo stato di usura del monumento. La diversità di visioni ha creato una impasse.

Il risultato è che il bene continua a marcire. Tra i vari proprietari non c’è molta voglia di parlare della questione.

«Le effigie e le immagini non saranno più recuperabili e già la pulitura non sarà un’operazione banale. È un vero peccato. Su alcune raffigurazioni si potrebbe lavorare con lo scalpellino, ma i costi salirebbero. Altri disegni non sono più risanabili»: così afferma Alfredo Castellano, professore di Diagnostica dei Beni Culturali all’Università del Salento. «Quello che si può fare, ad esempio sulle colonne, è la cosiddetta tecnica del cuci e scuci, cioè togliere i blocchi di pietra leccese deteriorata e sostituirli con pezzi nuovi, aggiunge il professore.

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