Giuseppe Savino: Agricoltura & Bellezza in terra di Capitanata

Giuseppe Savino: Agricoltura & Bellezza in terra di Capitanata

6 Marzo 2021 0 Di Cristiana Lenoci

Ho appena messo il trattore nel garage. Per l’ennesima volta ho chiesto a mio padre di darmi una mano, ma nulla, lui il campo di tulipani non lo vuole neanche sentire nominare, per lui è una grandissima perdita di tempo. Questa è una terra dove si coltiva grano, pomodori, vigneti, questa è una terra dove se sei “buono” fai quintali, produzione, e ti misuri con chi ha fatto più di te ma poi sapete qual è la novità o l’enorme presa per i fondelli? E che il prezzo non lo fai tu… Qualcuno ti compra al prezzo che vuole. Perché è una terra in cui hanno insegnato agli agricoltori che ce la fai se superi l’altro, non se lo accogli e condividi un pezzo di strada insieme.

Stasera gli ho chiesto una mano, ma mi ha detto che sono 4 mesi che sto perdendo tempo. Non auguro a nessuno di avere un padre che gli tarpa le ali dei sogni, perché su quelle ali oltre ai sogni c’è la nostra vita e la nostra vocazione. Per fortuna ho le spalle larghe, ho avuto in dono dalla Vita di incontrare persone significative che mi hanno dato quella paternità di cui i miei sogni hanno avuto e hanno bisogno.

Non me la prendo con mio padre ma con quel sistema e con quel modo di fare agricoltura che gli ha annerito i sogni, sono tutti fatica e sacrificio, non riescono a sorridere più neanche quando il raccolto va bene. Questa cosa non è bella e fa male. Bisogna conviverci con tanta fatica.

Sono stanco ma ho letto ogni messaggio del post di oggi, qualcuno diceva che sta diventando il sogno di molti e io non posso che esserne felice, non vedo l’ora di aprire il campo e vedere ciascuno di voi meravigliarsi e gioire.

Penso che valga sempre la pena quando i sogni cominciano a diventare condivisi.

Domani mi aspetta un’altra dura giornata, metto a dormire il mio corpo provato ma i sogni restano a vegliare. La bellezza non può lasciare spazio all’amarezza”.

Non si può che restare colpiti dal contenuto di questo post, pubblicato su Facebook e arrivato come un pugno nello stomaco a chi, come Giuseppe, è profondamente convinto che la terra non sia solo una fonte di guadagno economico, ma anche di bellezza da condividere.

Insieme al fratello Michele e al padre Antonio (che l’ha fondata nel 1982), Giuseppe Savino gestisce l’Azienda Agricola di famiglia (Cascina Savino), che sorge proprio nel cuore del Tavoliere delle Puglie, esattamente nell’agro di Foggia (Via Manfredonia, km. 6,200).

Giuseppe fa parte di una generazione di agricoltori “illuminati” che vede nella terra una rinascita umana e culturale, attraverso la coltivazione di prodotti e la costituzione di una fitta rete di relazioni sociali.

Lo abbiamo raggiunto per rivolgergli alcune domande inerenti il progetto di realizzazione di un campo di tulipani (#tulipanidipuglia).

Nei filari tra i tulipani metteremo plaid, cuscini e tavolini per accogliere chi vorrà venire a fare un aperitivo tra i mille colori dei tulipani al tramonto e avremo bisogno di un bel tappeto erboso”, ha scritto qualche giorno fa in un altro post sui social.

R: La terra come fonte di bellezza, e non solo di guadagno economico. Mi ha colpito molto il messaggio che è arrivato attraverso il post pubblicato su Facebook e corredato dalla splendida immagine di un campo di tulipani. Pensi che in Capitanata e in Puglia in generale si sia ancora lontano da una consapevolezza di questo tipo?

GS: La terra è bellezza, la relazione dell’uomo con la terra produce frutti e bellezza. Il problema è che nel nostro territorio siamo rimasti “ai frutti”. Ai nostri padri hanno sempre detto di produrre di più per campare. Nessuno gli ha mai detto che esiste un altro coefficiente da prendere in considerazione, che non è solo quello della produzione ad ettaro, ma è quello della “relazione ad ettaro”. I piccoli agricoltori non possono imitare i grandi, perché se lo fanno falliscono. Dovranno invece produrre cibo e anche aprire le porte e creare relazioni. E’ questo che permette ai piccoli produttori di restare nella terra e di dire ai loro  figli: “Andate pure a studiare ma tornate qui, che c’è futuro”.

Oggi è ancora diffuso il retaggio antico che “se vuoi fare agricoltura, devi andare a zappare”, ma non è assolutamente così. Certo, c’è chi zappa, ma nel settore agricolo ci si avvale della consulenza e dell’aiuto di altre persone, come sta accadendo adesso con il nostro progetto del campo dei tulipani. In tal modo si creano altri tipi di economie circolari, in cui l’agricoltura non ricompensa solo l’operaio, ma favorisce  una sostenibilità per tante altre professionalità.

R: Il confronto generazionale è sempre utile e proficuo, anche se talvolta faticoso. Quali sono, secondo te, i retaggi della “vecchia guardia” di agricoltori più difficili da scardinare?

GS: Il confronto io lo chiamo “gene-relazionale”: è molte volte scontro, perché si incontrano due mentalità in cui quella arcaica è impostata sulla produzione, quella di un figlio (come nel mio caso) invece si basa sulla relazione. Nella nostra vigna ho creato degli spazi per far sì che all’interno ci siano disegni geometrici. Per mio padre questi spazi sono inutili, dato che non ci crescerà nulla. Io gli ho detto che a me interessa aprire il vigneto al pubblico e vivere delle esperienze assaggiando il cibo dei contadini e del buon vino, creando così una sinergia con altri produttori e cantine del territorio.

Ce la fai se aumenti la produzione”, questo è il retaggio più forte che i vecchi agricoltori si portano dietro, come pure che il vicino è un nemico, qualcuno da abbattere o sconfiggere. Purtroppo il produrre a tutti costi è spesso a scapito dell’ambiente. Ci sono tante aziende che dicono di fare agricoltura biologica, ma così non è perché altrimenti non riuscirebbero a reggere il ritmo di produzione di una determinata coltura.

R:  Una nuova agricoltura basata su una maggiore simbiosi ed empatia tra l’uomo e la terra non solo è possibile (e tu ne sei la dimostrazione), ma anche auspicabile in tempi così complicati. Come prevedi il futuro in tal senso da qui ad una decina di anni?

GS: Quello che vedo è che in questo momento abbiamo bisogno di spazio e relazioni. La campagna può diventare la “casa della città”, la si può arredare. Mio padre toglieva l’erba perché convinto che sia infestante, io invece la metto perché la considero “festante”, mi permette di avere un campo bellissimo. L’agricoltura cambia se agli agricoltori cominciamo a sottolineare una cosa che fanno (bellissima), ma di cui non si rendono conto. L’agricoltore si prende cura delle piante, ma attraverso la bellezza può prendersi cura anche delle persone. Chi trascorre del tempo in un campo bello, a contatto con la natura, ne esce rigenerato. In questo senso, l’agricoltore può quindi essere considerato un terapeuta. Dobbiamo cominciare a diffondere questo pensiero.

Ci sono nuovi coefficienti da considerare in futuro: la sostenibilità per i piccoli agricoltori verrà dalla creazione di contesti relazionali che favoriscono nuove economie che coinvolgono professionalità diverse e competenti in vari settori. E’ questo il futuro dell’agricoltura, ci stiamo lavorando su.

 Cascina Savino Pagina Facebook

#tulipanidipuglia Giuseppe Savino