“Selfie”, il docu-film di Agostino Ferrente: raccontare la non violenza oggi è una grande sfida

“Selfie”, il docu-film di Agostino Ferrente: raccontare la non violenza oggi è una grande sfida

8 Agosto 2019 0 Di Cristiana Lenoci

Il cinema indipendente ha, da sempre, una marcia in più. Ci sono alcuni registi italiani (e Agostino Ferrente è tra questi) che hanno il coraggio di osare, sperimentare, provare a raccontare la realtà in maniera differente utilizzando stili di comunicazione meno scontati e più immediati. “Selfie” parla del rione popolare di Traiano, a Napoli, attraverso il racconto di due adolescenti che hanno tanta voglia di “normalità”.

Quello di Ferrente è un documentario davvero particolare, che prova ad invertire i canoni filmici e cinematografici: la sfida (perfettamente riuscita, a quanto pare) è quella di dimostrare, controtendenza,  che anche la non violenza più avere “appeal” cinematografico,  suscitando nel pubblico interesse, emozione ed empatia.

Agostino Ferrente, che è nato a Cerignola (Fg) e qui ha vissuto fino alla maggiore età, risponde ad alcune domande della nostra redazione e sottolinea il suo forte legame con la Puglia, pur avendo origini lucane e calabresi.

R: La modalità di realizzazione del tuo film incuriosisce, ed è il risultato dei tempi moderni, in cui uno smartphone può fare tutto. Come ha cambiato la tecnologia il modo di osservare (e documentare) la realtà per voi registi?

AF: Oggi un buon cellulare è alla portata di tutti, e questo dà la possibilità di girare un film anche quelle persone che non hanno la possibilità economica di comprare attrezzature professionali. Un passo in questa direzione l’aveva già fatto il digitale, considerando che prima delle telecamere si girava in pellicola e questo comportava costi ancora più proibitivi. Per queste ragioni, in passato non tutti coloro che avevano talento avevano la possibilità di girare il proprio primo cortometraggio, chi ci riusciva aveva spesso una famiglia alle spalle in grado di contribuire alle spese. Questa sorta di “democraticizzazione” della tecnologia è senza dubbio positiva e sembra quasi far avverare il sogno di Zavattini, secondo cui il cinema doveva essere alla portata di tutti, per essere meno elitario.

Ciò premesso, credo ogni dispositivo tecnologico debba essere posto al servizio di un’idea, nn può avere senso se è fine a se stesso. Nel caso specifico di “Selfie” il telefonino è stato uno strumento essenziale alla mia idea e mi ha aiutato a girare in maniera meno ingombrante ed invadente  e di essere più “mimetico”. La mia idea però non era quella di delegare la regia ai due ragazzi. A loro ho chiesto di essere attori protagonisti e al tempo stesso cameraman che si auto-filmano (è questa la novità del film). Ma io come regista li ho sempre diretti, creando le situazioni, scegliendo i temi su cui discutere, provocando e tal volta suggerendo le battute, oltre a decidere cosa e come inquadrare. Insomma è quella che definisco drammaturgia sul campo.

La particolarità consiste soprattutto nell’inquadrarsi “allo specchio” mentre interagiscono con la realtà che li circonda, riprendendo così il contesto sociale in cui si trovano. In questo modo ho chiesto loro di filmarsi mentre vivono, raccontando la loro giornata, dal “loro punto di vista”, espressione che in questo caso non è solo figurativa ma anche materiale. E il selfie, per come è predisposto,  non dà la possibilità di “guardare avanti”, al futuro, ma solo indietro…  È questo il senso metaforico del film.

Questi ragazzi sono dei predestinati, sin dalla nascita non hanno le possibilità che gli sarebbero garantite anche dalla costituzione, sono cittadini di serie B, figli di un dio minore. Dunque raccontano il passato ma non sanno se e quale futuro avranno, e cosa c’è al di là del muro.
Tornando alla questione tecnica, il  display del cellulare consente di filmare “specchiandosi”, cosa che le telecamere non permettevano, e tanto meno le cineprese in pellicola. Dieci anni fa sicuramente non avrei potuto concretizzare un’idea del genere. Ci sono tanti registi famosi che hanno girato scene con il cellulare, ma lo trovo piuttosto un modo per pubblicizzare un marchio che un’idea vera e propria di documentare la realtà in questo modo. Se sei un ragazzo alle prime armi, non hai soldi, puoi girare con un cellulare e puoi esprimerti abbattendo i costi di un film vero e proprio. Ma se sei un regista famoso, che può girare con attori famosi con cachet altissimi, hai scenografie imponenti, troupe enormi, allora non è un cellulare che costa meno di una telecamera professionale che fa la differenza. Sarebbe come pensare che la Fifa risparmi usando per la finale della coppa del mondo un Super Santos invece dei palloni omologati…

R: Il film “fotografa” la realtà di un quartiere popolare di Napoli. Che idea personale ti sei fatto di tali luoghi, e quanta speranza di cambiamento hai intravisto, anche attraverso il racconto dei protagonisti?

AF: Facendo il documentarista più che ottimista o pessimista io mi reputo realista. Il tessuto umano che ho raccontato ha problemi atavici comuni a tutti i quartieri popolari di Napoli, e alla fine mi sono reso conto che girare un film su Rione Traiano è come fare un film sui quartieri popolari di tutto il mondo. Quello che ho documentato in “Selfie” vale per tutte le periferie del mondo, dove purtroppo esiste  un “muro”, una barriera di tipo sociale molto forte che discrimina persone che invece dovrebbero avere gli stessi diritti sanciti dalla Costituzione. Ad esempio l’accesso all’istruzione. Per molte famiglie può essere un problema comprare uno zaino, per non parlare dei libri di testo. E se mantenere un figlio nelle scuola dell’obbligo è un “lusso”,  figuriamoci all’Università. Quando si danno tutti qui compiti da fare a casa o per le vacanze, non ci si rende conto che ciò incrementa il classismo, condannando i poveri ad essere sempre più poveri.  Se un ragazzo non ha genitori che hanno studiato e quindi possono aiutarlo, e se non hanno neanche la possibilità di pagargli le ripetizioni, alle prime difficoltà abbandonerà la scuola (nella Provincia di Napoli il tasso di abbandono è tra i più alti d’Italia). E se abbandoni giovanissimo la scuola in Emilia e cerchi lavoro come apprendista, magari  lo trovi, ma da Roma in giù è difficilissimo se non impossibile. E a Napoli, come in tanti altri posti del sud, il primo ammortizzatore sociale che offre immediatamente lavoro a chi non c’è l’ha è la criminalità. Questo dimostra che non è che chi viene da classi sociali meno abbienti è geneticamente predisposto alla criminalità. è che nasce socialmente predestinato. 

E non mi riferisco ai posti di comando  della criminalità organizzata (i delinquenti di un certo livello hanno figli a cui hanno garantito gli studi, e che diventano ii c.d. “colletti bianchi” della criminalità, infiltrati ovunque, nella società e nella politica). I ragazzini invece vengono “assoldati” come manovalanza, carne da macello e  finiscono in carcere, rientrandoci ed uscendoci fino alla vecchiaia, o vengono ammazzati, dalla concorrenza o dalle forze dell’ordine.

Insomma, comunque vada, nascere in una situazione disagiata oltre che una disgrazia, diventa una “colpa” da espiare.  E questo vale anche per la morte di Davide, un amico dei protagonisti che viene ucciso da un carabiniere che l’aveva scambiato per un latitante).

Nella stampa, come pure nei romanzi, nei film e nelle serie tv  quartieri vengono raccontati soprattutto negli aspetti legati alla criminalità.  Per questo “Selfie” è stato definito “sovversivo”,  perché la sfida è stata quella di raccontare la storia di due ragazzi che non aspirano a diventare camorristi, anzi accettano di lavorare sottopagati e senza ferie, pur di non cadere nelle spire della criminalità. In un momento in cui nei film si sceglie di raccontare l’ascesa del giovane criminale, optando per attori belli e di grido, inserendo dialoghi accattivanti, “Selfie” dimostra che anche la non violenza può essere “fotogenica” e piacere agli spettatori.

Questi due ragazzi hanno gli occhi carichi di speranza e anche di consapevolezza, sanno ciò che non potranno mai avere, ma sono consapevoli di avere diritto anche loro ad un pezzo di felicità, o almeno ad una vita “normale”.

R: Hai presentato il tuo docu-film “Selfie” al Festival di Berlino e in altri festival rinomati. Ritieni sia stato un trampolino di lancio importante?

AF: Il Festival di Berlino è uno dei tre più importanti del mondo, insieme a quello di Cannes e Venezia. Ma rispetto agli altri due ha notevoli vantaggi, soprattutto per film indipendenti come “Selfie”. È un festival con un altissimo livello di cinefilia, con il maggior numero di spettatori (basti pensare che per acquistare un biglietto sono disposti a fare file di ore), non c’è la mondanità di Cannes o la politica e le  passerelle che ci sono a Venezia. Per un film italiano è importante arrivare in un festival internazionale come questo perché per ogni edizioni ne vengono non più di 5 o 6: in tal modo riesci ad avere l’attenzione della stampa e del pubblico. A Venezia ogni anno sono presenti tra i 20 e 50 film italiani, e di solito l’attenzione è monopolizzate dai 3 titoli in concorso più qualcun altro se vince una delle sezioni parallele. Tutti gli altri passano più o meno inosservati, ignorati dalla stampa, soprattutto se indipendente come il mio, perché i media vanno a caccia di quelli con attori famosi. 

Per fortuna siamo stati inseriti nella sezione “Panorama”, tra le più interessanti, nell’anno in cui il direttore è stato estromesso attraverso una petizione sottoscritta da personaggi pubblici e intellettuali con l’accusa di seguire ormai film main stream, perdendo di vista le finalità originarie del Festival, la ricerca sul linguaggio. Siamo stati veramente fortunati, la stampa internazionale (come pure quella italiana) ha scritto cose molte belle su “Selfie”, e questo di sicuro non sarebbe stato possibile senza la partecipazione al Festival di Berlino.

R: Hai mai pensato di girare un film in Puglia, dove le dinamiche sociali sono simili a quelle del Sud Italia in generale?

AF: Sì, ci ho pensato e mi piacerebbe tanto. Sono nato in questa regione, precisamente a Cerignola (Fg), ma i miei genitori hanno origini lucane e calabresi. Pertanto più che pugliese mi ritengo meridionale. Anzi, terrone, tanto ormai questo epiteto non dispiace più neanche ai leghisti…

R: “ Selfie” ha ottenuto un notevole riscontro dal pubblico e dalla critica. Ricordi qualche commento che ti ha particolarmente colpito, sia “nel bene” che “nel male”?

AF: Si ho letto recensioni davvero esaltanti, non solo di giornalisti cinematografici, ma anche di editorialisti, scrittori ecc. Forse i commenti che mi hanno più inorgoglito, per quanto riguarda il contenuto, sono quelli sulla sfida vinta nel rappresentare la non-violenza. Circa  il linguaggio, sono felice che sia stata molto apprezzata la  sceneggiatura (non sempre si considera che dietro il film “documentario” c’è tutta una “impalcatura” drammaturgica e narrativa non visibile). 

Nella finzione hai carta bianca, mentre nel cinema “dal vero” hai dei paletti da rispettare (i protagonisti prima di essere “personaggi” sono “persone” e bisogna quindi rispettare la loro verità. Al tempo stesso devi riuscire ad emozionare il pubblico, a farlo sorridere, commuovere, riflettere, pur mettendo in scena la quotidianità di  persone vere (non personaggi inventati),  che raccontano la loro vita (anche questa reale, non inventata)  Quando mi dicono: “sembra che hai dato il cellulare ai ragazzi e tu non ci sei”, questo è il complimento più grande che possano farmi. Significa che sono riuscito a creare un’intimità tale con i due ragazzi protagonisti da essermi reso “invisibile”: quindi ho svolto bene il mio ruolo di regista.

R: I tuoi progetti futuri: lavorerai ancora su temi sociali? Puoi anticiparci qualcosa?

AF: Attualmente sto scrivendo un film di funzione con Ugo Chiti, maestro di cinema e teatro. E chissà che non lo riesca a girare in Puglia.

R: Qual è il tuo rapporto con la Puglia?

AF: La Puglia è la mia infanzia. Amo ricordare il bambino che abitava a Cerignola, la cittadina in cui è nato il grande sindacalista Giuseppe Di Vittorio e dove ho vissuto fino alla maggiore età (anche se già a 17 anni per vari mesi me ne ero scappato in Australia…). Da zero a diciotto anni ho  alternato lunghi periodi estivi in Calabria (dai familiari materni) e week end a Rapolla, in provincia di Potenza, dove viveva il resto della mia famiglia paterna.

Di Cerignola conservo ricordi bellissimi, ma anche molto brutti. Ho ritrovato alcune cose vissute durante la mia infanzia anche nei quartieri di Napoli in cui ho girato il film: il fascino del delinquente, il bullismo, il vandalismo spicciolo.

“Selfie” sta spopolando nei Festival internazionali, e la risposta del pubblico nelle sale in cui è stato proiettato è entusiasta. Ferrente è arrivato proprio dove deve un bravo regista, al cuore delle persone, suscitando emozioni spesso contrastanti e forti. Fare cinema è anche (e soprattutto) questo.

Selfie con Bellocchio
Il regista Agostino Ferrente in tour con il suo docu-film “Selfie”