Scaldatello: Un abbraccio di Pane

Scaldatello: Un abbraccio di Pane

15 Marzo 2019 1 Di Vincenzo Barnabà

Un abbraccio di pasta

Farina, olio, sale e semi di finocchio: questa è per molti, la ricetta della felicità, che rimanda per i pugliesi agli scaldatelli o taralli.

Essi costituiscono per i pugliesi, un pezzo di casa da portare con sé: ogni gita fuori porta, viaggio di piacere o visita compiuta per andare a trovare una persona cara lontana è accompagnata dalla frase “quasi quasi mi porto un pacco di taralli!”. Il tarallo unisce, proprio come i cingoletti di pasta che lo compongono: c’è chi conferisce ad esso una forma ovaloide, chi invece unisce due cingoletti, con una forma che ricorda tanto i pretzel tedeschi.

Dietro un alimento che può apparire semplice, si nasconde una lunga preparazione: semi di finocchio, sale e farina vengono miscelati in una ciotola dove progressivamente va aggiunta dell’acqua.

L’impasto va lavorato sino a quando non si ottiene un panetto sodo e non appiccicoso; l’impasto ottenuto va tagliato in piccoli pezzi, con cui si formano dei cilindretti che andranno uniti sulle estremità. Dopo, sarà necessario bollire per pochi secondi le forme ottenute nell’acqua bollente, per poi lasciarle asciugare ed infine cuocere in forno. Il gusto migliore si ottiene cuocendo gli scaldatelli nei forni a legna; è tradizione in alcune zone, chiedere al proprio fornaio di fiducia di poter infornare i taralli, per ottenere il massimo del sapore.
Va detto che di taralli ce ne sono di diversi tipi, provenienti dalle regioni più disparate: vi sono i taralli con sugna e pepe tipicamente napoletani, con semi di anice, con sale e anice, allo zucchero e tante altre varianti, ma quella più nota e ricercata è la variante pugliese.

Lo scaldatello, grazie alla sua semplicità e alla sua storia, è stato inserito nella lista P.A.T. contenente i Prodotti Agroalimentari Tradizionali.
Uno dei modi più noti per poter gustare i taralli, prende spunto dalle sue origini, che si attestano attorno al 1400. Nel Medioevo, nelle case dei contadini si soleva offrire agli ospiti taralli accompagnati dal vino. Resta incerta l’origine del nome: secondo alcuni deriverebbe dal latino torrère ossi abbrustolire; secondo altri il termine deriverebbe, dal francese toral ossia essiccatoio. Altre due ipotesi lo fanno risalire al francese antico in particolare dal termine danal, cioè pane rotondo, o all’italico tar ossia avvolgere. Sembra, però, che l’origine più probabile sia greca, dalla parola daratos che significa “sorta di pane“. E proprio al posto del pane, ieri come oggi, si usa consumarlo: negli aperitivi o nei sogni più proibiti dell’avventore, il tarallo viene usato come alternativa al pane, immergendolo nella nutella o nelle salse, oppure avvolto in una fetta del proprio affettato preferito oppure, come vuole la tradizione, immerso nel vino.
Ultima frontiera, sono le nuove varianti dello scaldatello; un tempo si era soliti consumare quelli tradizionali, alla cipolla o alla pizza, mentre oggi stanno prendendo piede, in linea con le nuove tendenze alimentari, gli scaldatelli alla farina di cereali, integrali, lasciando anche largo spazio alla farina di grano arso.

Insomma, i taralli accontentano tutti i gusti: sta all’avventore trovare quello giusto per sé.