Giuseppe Valentino: ho vissuto la transumanza e la racconto nel documentario “Senza Tempo”

Giuseppe Valentino: ho vissuto la transumanza e la racconto nel documentario “Senza Tempo”

18 Dicembre 2019 0 Di Cristiana Lenoci

Vivere la transumanza attraverso il diretto contatto con i protagonisti è un’esperienza particolare, che ha molto da insegnare a chiunque si avvicini a tale ambiente con umiltà e curiosità. Il regista pugliese Giuseppe Valentino lo ha fatto, seguendo un’intera famiglia di pastori transumanti per lunghi mesi, entrando nella loro vita in punta di piedi e documentando questa antica pratica in un lavoro filmico che a breve sarà divulgato al pubblico. Nel periodo in cui, dopo il riconoscimento UNESCO, si tende ad attribuire alla transumanza (giustamente) il valore che merita, abbiamo chiesto al regista Valentino di raccontare gli aspetti inediti di questa tradizione, che siamo chiamati a difendere strenuamente dagli “attacchi” della modernità.

Il documentario realizzato da Giuseppe Valentino, regista di Cerignola (Fg), si intitola “Senza Tempo”, e racconta la storia di Felice e Massimo, rispettivamente padre e figlio, che allevano la propria mandria di vacche. Gli animali vivono allo stato brado per tutti i giorni dell’anno, senza stalla. I due transumano la mandria due volte l’anno. Si spostano in Puglia per l’inverno per poi tornare a casa a giugno. La loro vita segue i cicli legati al pascolo di questi animali con cui vivono in una spettacolare simbiosi. La loro è una delle ultime famiglie ad avere così tanti animali e a praticare un allevamento allo stato brado dalle caratteristiche pre-industriali. Ma Felice è disilluso dalla sua vocazione, la sua vita lavorativa fra le montagne dell’Irpinia e le pianure del nord della Puglia è giunta al termine, ma ha molta paura per il futuro di suo figlio Massimo. L’agricoltura intensiva, la mancanza di spazi liberi dalle coltivazioni sono l’aspetto che ricorda ai due la loro lenta scomparsa. Massimo ha tantissima passione, il suo posto nel mondo è fra i suoi animali, liberi, negli spazi aperti. Eppure la possibilità dell’allevamento al chiuso, i facili guadagni sono a portata di mano. Cosa fare? Massimo a sua volta ha un figlio di sette anni che ha la stessa passione del padre ma cosa ne sarà del suo futuro?

R: Da dove nasce l’idea di seguire la pratica della transumanza attraverso i pastori che ne sono protagonisti?

GV: L’idea iniziale avrebbe dovuto riguardare solo la transumanza, non avevamo un’idea precisa ma pensavamo che andasse filmata e conservata prima di tutto vista la rarità, poi nel dettaglio il cammino della famiglia che abbiamo seguito era particolarmente lungo e fatto con molti animali, (quasi 350), quindi spettacolare. Una volta pero’ conosciuti i Moscariello (la famiglia protagonista del documentario), le loro dinamiche, e i meccanismi dell’allevamento allo stato brado — che per certi versi penso sia molto piu’ importante e degno di nota della transumanza anche se meno spettacolare — abbiamo deciso di dedicare un intero documentario sulla famiglia e a quel punto nel progetto è entrata Rai Cinema. Dalla prima transumanza che abbiamo filmato alla fine del progetto, e cioè queste settimane di dicembre 2019, sono passati 4 anni.

R: Cosa resta di questa esperienza dal punto di vista umano e professionale?

GV: Inizierò dal professionale. E’ stato un cammino molto difficile — tutti i film lo sono — molto lungo e impervio. Il lavoro degli allevatori è fatto di momenti molto simili fra loro, c’è molto rito, molta ripetizione e quindi ha necessitato tempo il decodificare momenti che fra loro sembravano uguali, ma che dopo uno sguardo più attento, invece mostravano una verità più’ profonda. Così da rendere un documentario di osservazione antropologica un film sui grandi temi del mondo e degli esseri umani (in che direzione andiamo rispetto all’ambiente e la natura circostante, il passaggio generazionale di sapienze, l’esercizio del potere sui più deboli, in questo caso gli animali, la pratica lavorativa che diventa senso delle nostre vite sulla terra etc.). Dal punto di vista umano dopo un anno di riprese vissute con questa famiglia si è instaurato un legame molto particolare con loro, molto profondo, non fatto di parole ma di affetto reciproco particolare.

R: Quali difficoltà hai incontrato durante le riprese del documentario “Senza Tempo”?

GV: Anche qui tante come spesso succede nella lavorazione di un film. Il documentario dura poco più di sessanta minuti ma il materiale girato ha superato le 20 ore, purtroppo, ma semplicemente perché mi è servito del tempo per entrare nel ritmo di vita degli allevatori, questo ha comportato uno sforzo anche di natura fisica non indifferente. Filmare presuppone sempre una serie di sforzi, mentale per elaborare le idee,  sintesi e  poi azione quando si filma, sono delle cose che se esercitate 5, 8 ore al giorno possono essere stancanti, ma è anche il bello di un documentario come ‘Senza Tempo’ che non ha interviste, non ha voce fuoricampo. La storia è raccontata soltanto attraverso le immagini e le azioni dei protagonisti. Niente di più, niente di meno.

R: Che idea ti sei fatto della transumanza e della sua valenza sociale oggi?

GV: In questi giorni abbiamo saputo che è diventata patrimonio dell’UNESCO e questo è bello, anche se con questa importanza aggiunta oggi si dovrebbe riparlare di rimettere in sesto i famosi ‘Tratturi Regi’ che oggi sono scomparsi del tutto, occupati abusivamente da agricoltori che con gli anni hanno preso pezzi di questa strada, che sulla carta è ancora riservata agli animali e ai cammini e allo spostamento. Quando ho seguito la transumanza con i Moscariello ho visto che sono costretti ad usare pezzi di strada statale perché i Tratturi Regi sono impraticabili. Sull’asfalto le vacche fanno un po’ più fatica e sono costrette ad avere un’andatura più rapida. Il Tratturo Regio era pensato per cammino e pascolo allo stesso tempo, misurava 60 passi napoletani di larghezza che è un’unità di misura Borbonica che equivale a circa 120 metri. Quindi la transumanza era uno spettacolo più lento, una forma di paesaggio mobile perché pastori e allevatori vivevano per un certo periodo sui tratturi quando scendevano a valle.

Oggi è trattata come un folklore magico. Ho scelto la famiglia Moscariello perché il loro vivere queste pratiche mi sembrava più viscerale, più totale, sono intransigenti con le loro tradizioni che appartengono alla loro famiglia e sono ancestrali. Si rifiutano per esempio di caricare gli animali sui camion (durante la transumanza i vitelli viaggiano in camion). Socialmente è interessante. La transumanza è come una finestra aperta su un tempo che non c’è più, un modo di essere che non esiste più, un essere umano di tipo estinto che viene da un’altra epoca dove c’è assenza di tecnologia e di macchine perché tutto il lavoro si fa con il corpo e non attraverso uno strumento meccanico. In questa epoca in cui bambini di città non hanno mai visto un cavallo o una gallina dal vivo vedere 300 animali marciare su una strada è uno spettacolo che ci riporta al fascino della Grande Natura, che è ancora un mistero. Quando filmavo durante la transumanza camminando in mezzo agli animali si avverte una potenza misteriosa, gli animali sono caldi, sudano, hanno il fiato corto e una mandria è come un’entità singola che quasi respira all’unisono. Tutto questo è all’opposto del nostro modo di vivere e di vedere gli animali e la natura come oggetti minimizzati, ingabbiati o nel migliore dei casi annichiliti ad animali domestici.

R: Pensi che la Puglia sia in grado di valorizzare la pratica della transumanza come hanno fatto altre regioni italiane?

GV: Qui devo dire che per la prima volta la Puglia centra meno. La valorizzazione deve essere del Tavoliere delle Puglie nello specifico, deve essere o dovrebbe essere della provincia di Foggia in una sorta di sinergia con Campania, Molise e Abruzzo, anche se appunto, parliamo di poche sparute famiglie (la transumanza delle pecore è pressoché estinta in Italia). Un’importante valorizzazione sarebbe l’esproprio coatto degli occupanti dei ‘Tratturi Regi’ in modo da avere queste strade pronte e dedicate al passaggio degli animali. E’ l’unico problema vero da risolvere.

Uno spaccato autentico e diretto sulla transumanza, quello del regista pugliese Valentino. Siamo curiosi di guardare il lavoro filmico realizzato su questo argomento. A presto!

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